Il trauma istituzionale nei procedimenti minorili
- dottdanielerusso
- 13 mar
- Tempo di lettura: 7 min
n questi giorni l’opinione pubblica italiana è rimasta colpita dalla vicenda della famiglia che ha vissuto per settimane nei boschi con una bambina, lontano da tutto e da tutti. Le immagini hanno fatto il giro dei giornali; poi sono arrivati l’allontanamento della madre dalla struttura dove si trovano i figli, il tentativo di mediazione sui contatti, le reazioni pubbliche, le accuse, le semplificazioni. In poche ore, come sempre accade, una storia familiare è diventata un simbolo nazionale.
Quando una vicenda approda sulle prime pagine, il meccanismo è quasi automatico: qualcuno ha torto, qualcuno ha ragione, qualcuno deve essere punito, qualcuno deve essere salvato. Il linguaggio del clamore mediatico ama la chiarezza brutale. La vita psichica di un bambino, invece, non ama affatto la brutalità. La teme. La registra. La incorpora. E spesso la paga per anni.
Lo dico non come osservatore esterno, ma come psicologo che, in queste settimane, sta lavorando dentro più procedimenti giudiziari che riguardano bambini separati, minori collocati altrove, famiglie spezzate da provvedimenti che si presentano come misure di protezione e che talvolta, nei loro effetti concreti, assomigliano a eventi traumatici secondari. Non entrerò in alcun dettaglio, e non lo farò per rispetto dei minori coinvolti. Ma una cosa posso dirla con assoluta nettezza: quando si leggono davvero gli atti, quando si ascoltano davvero le registrazioni, quando si osserva il modo in cui una relazione tecnica entra in un fascicolo e poi diventa cornice interpretativa di tutto ciò che segue, ci si accorge di quanto sottile sia il confine tra tutela e sopraffazione.
Nel dibattito pubblico si parla continuamente di “tutela del minore”. È un’espressione che compare ovunque: nei provvedimenti, nelle relazioni, nelle comunicazioni dei servizi, nei discorsi degli operatori. Ma la tutela del minore non è una formula rassicurante. Non è un’etichetta morale che assolve chi la pronuncia. È un principio giuridico e clinico severissimo. La Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia dice tre cose decisive: che il superiore interesse del minore deve orientare ogni decisione che lo riguarda; che il minore non deve essere separato dai genitori contro la loro volontà se non quando ciò sia realmente necessario nel suo interesse; e che la sua opinione deve essere ascoltata, con un peso proporzionato all’età e alla maturità. Non basta dunque “fare qualcosa per il minore”. Occorre dimostrare che quella cosa è necessaria, proporzionata, psicologicamente sostenibile e rispettosa della sua soggettività.
Lo stesso vale per le cosiddette competenze genitoriali, espressione che in troppi procedimenti viene usata come se fosse ovvia. Non lo è affatto. Parlare di competenze genitoriali non significa decidere chi sia il genitore più simpatico, più convincente, più conforme all’ideologia del tecnico di turno. Significa valutare se un adulto sappia offrire protezione, regolazione affettiva, continuità, capacità di lettura dei bisogni del figlio, tenuta educativa, differenziazione tra i propri conflitti e il mondo interno del bambino. Nel dibattito professionale promosso in area CNOP il punto è stato posto con chiarezza: il tema non è l’etichettamento, ma la ricerca di buone prassi, la definizione di ciò che si valuta e di come lo si valuta, proprio per evitare errori metodologici e violazioni deontologiche nel setting psicogiuridico.
Il problema, in concreto, nasce su due perimetri. Il primo è l’incompetenza. Parola scomoda, ma inevitabile. Perché non tutti coloro che intervengono nei procedimenti minorili hanno una formazione sufficiente per comprendere cosa stanno maneggiando quando leggono un sintomo, quando interpretano un rifiuto, quando trasformano un attaccamento difensivo in prova di manipolazione, quando scambiano una reazione traumatica per oppositività volontaria. In un procedimento minorile, un errore tecnico non è un errore come un altro. Non è una sfumatura opinabile tra scuole diverse. Può diventare un evento che modifica stabilmente lo sviluppo di un bambino.
Il secondo perimetro è ancora più pericoloso: il sistema smette di interrogarsi sul proprio potere. Una relazione tecnica non è mai solo una relazione tecnica. È un atto che entra in una macchina istituzionale e può ridefinire il destino di una famiglia. Basta poco: un’ipotesi formulata come certezza; una categoria diagnostica usata come etichetta; un linguaggio moralizzante travestito da linguaggio clinico; una lettura unidirezionale che riduce la complessità del sistema familiare a una sola causa e a un solo colpevole. Da quel momento la storia cambia. Una madre può diventare “manipolatoria”. Un padre può diventare “pericoloso”. Un legame può essere descritto come “patologico”. E una volta che queste parole entrano negli atti, è difficilissimo rimuoverle. La prima narrazione tecnica tende a trasformarsi nella lente attraverso cui tutto il resto viene letto.
Questo fenomeno ha anche un nome sobrio e scientifico: ancoraggio. Ma dietro il termine elegante si nasconde qualcosa di brutalmente semplice. Il fascicolo si chiude intorno alla prima verità che appare più forte, e tutto ciò che segue viene filtrato da quella verità, anche quando il bambino cambia, il contesto cambia, i sintomi cambiano, i dati sopravvengono. È così che la psicologia smette di essere strumento di comprensione e rischia di diventare strumento di fissazione.
E qui si apre il punto decisivo: cosa accade a un minore quando il sistema sbaglia, o comunque interviene in modo psicologicamente cieco? Accade molto più di quanto il linguaggio giudiziario riesca a dire. Accade che il bambino possa vivere la separazione improvvisa dal caregiver come una rottura del mondo. Accade che il suo sistema di attaccamento entri in allarme. Accade che la procedura, perfetta sulla carta, venga registrata dal corpo come minaccia. Accade che il minore non distingua tra “decisione presa per il tuo bene” e “evento subito contro la tua volontà”. Per l’adulto esiste il provvedimento. Per il bambino esiste l’esperienza. E l’esperienza può essere terrore, disorganizzazione, congelamento, ritiro, iperattivazione, regressione, insonnia, mutismo, esplosioni oppositive, somatizzazioni, perdita di fiducia.
Quando si dispone un allontanamento, quando si impone un inserimento coatto in casa famiglia, quando si interrompe in modo brusco il contatto con la madre o con il padre, quando si trasformano passaggi delicatissimi in scene procedurali ad alta intensità, il rischio non è solo giuridico o pedagogico. È clinico. È neuropsicologico. È evolutivo. UNICEF parla dell’impatto della separazione familiare e dell’istituzionalizzazione come di qualcosa di devastante e potenzialmente duraturo; altri lavori recenti richiamano espressamente il trauma legato alla rimozione stessa, oltre che l’instabilità prodotta dai collocamenti.
È qui che nasce il trauma istituzionale. Non necessariamente da cattive intenzioni. Anzi: spesso nasce proprio da intenzioni proclamate come protettive. Nasce quando il sistema si concentra così tanto sulla correttezza procedurale da dimenticare la dimensione psicologica dell’evento. Nasce quando il bambino viene considerato “oggetto di tutela” e non soggetto che vive la tutela. Nasce quando il linguaggio dell’urgenza cancella il linguaggio della gradualità. Nasce quando la macchina si muove e nessuno si chiede che cosa stia accadendo, in quel preciso momento, nella mente e nel corpo del minore.
Un bambino portato via improvvisamente da casa non vive una misura. Vive uno strappo. Un minore inserito coattivamente in una struttura non vive una collocazione. Vive una perdita, talvolta una doppia perdita: della casa e del significato. Un figlio separato senza preparazione, senza accompagnamento clinico serio, senza mediazione affettiva, può non vivere la protezione, ma l’abbandono. E il paradosso più feroce è che tutto questo può avvenire proprio dentro un sistema che si definisce di protezione.
Naturalmente sarebbe disonesto dire il contrario: esistono casi in cui l’allontanamento è necessario, urgente, inevitabile. Esistono contesti in cui restare è più pericoloso che essere separati. Esistono genitori gravemente maltrattanti, situazioni tossiche, ambienti distruttivi. Negarlo sarebbe irresponsabile. Ma proprio per questo la soglia dell’intervento deve essere altissima, metodologicamente sorvegliata, psicologicamente pensata, continuamente verificata. La separazione dai genitori non può essere trattata come una decisione amministrativa che si esaurisce nella sua legalità formale; deve misurarsi con il principio di minima lesività e con il diritto del minore a conservare, quando possibile, le proprie relazioni familiari e a essere ascoltato nel modo adeguato alla sua maturità.
Ecco perché mi colpisce sempre l’enfasi con cui, in molti fascicoli, si parla di procedure e così poco di trauma. Si redigono cronoprogrammi, si organizzano incontri protetti, si prescrivono percorsi, si nominano figure, si moltiplicano i livelli di controllo. Tutto necessario, forse. Ma quante volte ci si ferma davvero a chiedersi: che cosa sta succedendo dentro quel bambino mentre tutto questo avviene? Quante volte ci si chiede se il suo rifiuto sia davvero manipolazione e non panico? Se la sua adesione a un genitore sia davvero patologia e non ricerca di base sicura? Se la sua oppositività sia davvero cattiva educazione e non difesa estrema di un equilibrio interno che si sta spezzando?
Il punto, allora, non è solo criticare il sistema. È pretendere che il sistema si sottoponga a un esame di coscienza metodologico permanente. Che gli operatori sappiano distinguere tra protezione e controllo, tra valutazione e marchiatura, tra ascolto del minore e costruzione di una narrazione sul minore. Che la psicologia forense smetta di sentirsi onnipotente e torni a sentire il peso delle proprie parole.
Chi lavora seriamente in questo campo sa che il minore non è un fascicolo, non è una teoria, non è una tesi da dimostrare. È una persona in pieno sviluppo, con un sistema nervoso ancora in formazione, con legami affettivi che non si possono spezzare impunemente, con un senso di sé che dipende anche dalla continuità delle sue relazioni primarie. Questo non è sentimentalismo. È clinica. È sviluppo. È diritto dell’infanzia.
Il caso di cronaca che in questi giorni ha travolto l’opinione pubblica non dovrebbe servire soltanto a distribuire colpe. Dovrebbe costringerci a una domanda più scomoda: il sistema che decide sulla vita dei bambini possiede sempre la competenza, la prudenza e l’umiltà necessarie per farlo? E quando non le possiede, chi protegge il minore dal sistema che dice di proteggerlo?
Perché il punto ultimo è questo: quando una bambina diventa un fascicolo, la responsabilità non consiste soltanto nel decidere. Consiste nel capire. Capire davvero. Capire prima. Capire senza violare. Capire senza sostituire l’ideologia al dato. Capire senza usare il minore come prova vivente di una teoria adulta. È questo che distingue la tutela dalla sua caricatura.
E se c’è una verità che la psicologia forense dovrebbe ripetersi ogni giorno, è una sola: l’errore istituzionale, quando cade su un adulto, produce ingiustizia; quando cade su un bambino, può produrre struttura. Può diventare paura cronica, perdita di fiducia, diffidenza verso i legami, confusione affettiva, memoria traumatica. Può entrare nel carattere. Può cambiare il modo di crescere.
Per questo il trauma istituzionale nei procedimenti minorili non è un tema per addetti ai lavori. È uno dei luoghi in cui una società decide chi è davvero. Se considera i bambini soggetti da comprendere o corpi da spostare. Se usa il potere per proteggere o per semplificare. Se ha il coraggio di dire che, qualche volta, non basta essere legittimi per essere giusti.



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