La verità clinica è una responsabilità.
Difenderla è il mio compito.
Farlo con serietà e rispetto è la mia firma professionale.
Ho iniziato a esercitare la professione in un contesto storico profondamente diverso da quello attuale, in una fase in cui la Psicologia non era diffusa e non risultava socialmente normalizzata. Ho avuto, tuttavia, la fortuna di formarmi in anni in cui le aule universitarie richiedevano studio reale, solidità teorica e capacità di reggere il confronto critico, senza scorciatoie e senza sconti.
Appartengo a una generazione di clinici cresciuta quando la legittimazione professionale non derivava dall’esposizione, ma dalla competenza reale dimostrata nel tempo, attraverso il lavoro clinico, la coerenza metodologica e la capacità di rispondere dei propri atti professionali.
Rivolgersi a uno psicologo veniva spesso vissuto come uno stigma.
In quel periodo non esistevano scorciatoie comunicative e non era prevista alcuna esposizione immediata: la credibilità si costruiva esclusivamente attraverso il lavoro, lo studio e la tenuta clinica nel tempo, misurata sulla capacità di comprendere i casi e di sostenerne la complessità senza semplificarla.
È all’interno di questo scenario che ho maturato una convinzione destinata a orientare in modo stabile il mio percorso: la Psicologia, nelle aule di Tribunale, ha senso soltanto se è in grado di reggere alla prova della realtà oggettiva psicologica.
Per realtà oggettiva psicologica intendo un livello di funzionamento che non coincide con le narrazioni, con le versioni soggettive dei fatti o con le esigenze strategiche del procedimento. Si tratta della coerenza interna del quadro clinico, della compatibilità tra dati anamnestici, osservazioni, strumenti utilizzati e manifestazioni comportamentali, e della continuità logica tra storia personale, funzionamento psichico e risposte adattive o disadattive del soggetto.
Questa realtà oggettiva si fonda anche sull’allineamento con la letteratura scientifica, con gli studi di settore e con i dati statistici disponibili, che consentono di collocare il singolo caso all’interno di cornici teoriche e cliniche validate, evitando letture arbitrarie o isolate.
Un passaggio decisivo del mio percorso è stato l’incontro con la psicologia giuridica nella sua declinazione più esigente e responsabile.
L’affiancamento alla dott.ssa Angela Ruvolo, tra le principali figure di riferimento nel panorama scientifico nazionale, ha rappresentato per me una vera scuola di metodo, etica e responsabilità professionale.
Lavorare al suo fianco mi ha insegnato che, in ambito forense, non è sufficiente saper redigere relazioni e non basta padroneggiare il linguaggio tecnico.
Occorre tollerare l’ambiguità senza forzarla, sostenere il peso decisionale delle proprie conclusioni, rinunciare alla compiacenza e affermare la verità clinica in modo oggettivo, anche quando risulta scomoda o controintuitiva.
Questa impostazione ha inciso in modo permanente sul mio modo di lavorare. Ancora oggi, ogni relazione tecnica che redigo è costruita a partire da un principio non negoziabile:
la verità psicologica non si adatta al processo, è il processo che deve misurarsi con una verità psicologica fondata.
Nel corso della mia attività ho operato anche come Consulente Tecnico d’Ufficio.
Questa esperienza mi ha consentito di osservare dall’interno i vincoli strutturali, organizzativi e temporali che caratterizzano quel ruolo. Proprio questa consapevolezza mi ha portato a maturare una scelta professionale precisa: privilegiare il lavoro come Consulente Tecnico di Parte, ambito che - a mio avviso - consente un livello di approfondimento, autonomia valutativa e responsabilità metodologica che considero imprescindibile per una valutazione psicologica rigorosa.
Il lavoro di CTP permette di entrare nel dettaglio del funzionamento psichico, di analizzare criticamente gli atti, di confrontarsi in modo diretto e trasparente con le ipotesi alternative e di assumere pienamente la responsabilità clinica e argomentativa delle proprie conclusioni.
Opero come Consulente Tecnico di Parte con un orientamento chiaro e dichiarato: metodo scientifico, indipendenza di giudizio, responsabilità dell’esito. Non accetto incarichi che presuppongano semplificazioni, collusioni oppure adattamenti strategici della valutazione.
La mia funzione non è sostenere una narrazione, ma ricostruire un funzionamento, darne conto in modo tecnicamente difendibile e assumermene integralmente la responsabilità.
Questo è il mio lavoro.
Ed è l’unico modo in cui ritengo legittimo intervenire, professionalmente, sulla vita delle persone.
