Critica sulla psicologia forense quando smette di essere scienza e diventa dispositivo di conferma nei processi penali complessi.
- dottdanielerusso
- 6 giorni fa
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I. Premessa
Nei procedimenti penali complessi, la consulenza tecnica d’ufficio (CTU psicologica) riveste un ruolo che va ben oltre la funzione meramente ausiliaria prevista dal codice. Sempre più spesso, soprattutto nei processi in cui sono coinvolti elementi soggettivi, relazionali o testimonianze vulnerabili, la valutazione psicologica diventa il perno interpretativo attorno al quale si struttura l’intero impianto decisionale.
Chi opera come psicologo forense, sia in qualità di consulente tecnico d’ufficio (CTU) sia come consulente tecnico di parte (CTP), conosce bene questo passaggio: la perizia psicologica non si limita a “illustrare” dati, ma contribuisce a costruire il senso della prova.
È per questo che, in contesti come quelli della psicologia forense penale, la qualità metodologica della consulenza non è un dettaglio tecnico, ma una garanzia di legalità.
In linea teorica, la CTU psicologica nasce con una finalità chiara: aiutare il giudice a orientarsi in ambiti che richiedono competenze specialistiche — funzionamento mentale, attendibilità della testimonianza, dinamiche di personalità, fattori di rischio, vulnerabilità psicologiche. La consulenza dovrebbe ridurre l’errore interpretativo, non sostituirsi alla decisione; chiarire i limiti della conoscenza, non mascherarli.
Nella pratica giudiziaria, tuttavia, la perizia psicologica assume spesso un peso ben maggiore. Proprio perché tratta fenomeni complessi e non direttamente misurabili, la consulenza tecnica esercita un potere particolare: quello di trasformare l’incertezza in una narrazione apparentemente necessaria, la probabilità in conclusione, il dubbio in affermazione.
È questa la ragione per cui, per chi svolge perizie psicologiche o consulenze tecniche di parte, il tema del rigore metodologico non è mai neutro. La CTU è uno strumento potente perché promette ordine, chiarezza, oggettività. Ma questa promessa è mantenuta solo se il lavoro peritale rispetta criteri rigorosi di scientificità, trasparenza e verificabilità.
Rigoroso, in ambito di psicologia forense, non significa accumulare test o adottare un linguaggio criptico.
Significa, più semplicemente, garantire tre condizioni essenziali: la tracciabilità del percorso valutativo, la verificabilità delle procedure utilizzate e la prudenza nel trarre inferenze conclusorie.
Ogni passaggio deve poter essere ricostruito; ogni strumento deve essere applicato secondo protocolli riconoscibili; ogni conclusione deve mantenersi proporzionata ai dati disponibili.
Quando questi standard vengono rispettati, la consulenza tecnica — che si tratti di CTU o di CTP — svolge una funzione autentica di supporto alla giustizia.
Quando invece tali criteri si indeboliscono, la perizia rischia di perdere il suo statuto scientifico e di trasformarsi in un dispositivo di conferma: non più uno strumento di analisi critica, ma un meccanismo che stabilizza un’ipotesi già data.
In un processo penale, dove sono in gioco la libertà, la reputazione e il futuro delle persone, il problema non è che uno psicologo consulente tecnico possa sbagliare. Il vero rischio è che l’errore venga rivestito di apparente necessità scientifica e diventi, proprio per questo, difficilmente contestabile.
Questa riflessione non nasce da una posizione polemica o da un caso specifico. Nasce da uno standard professionale. Se la psicologia forense vuole conservare la propria credibilità all’interno del sistema giudiziario — anche in contesti territoriali complessi come quello di Palermo — deve accettare una regola semplice e non negoziabile: non basta affermare una conclusione, occorre mostrare il percorso che la rende discutibile, controllabile, e dunque scientifica.
Perché la consulenza tecnica psicologica è uno strumento potente.
Ed è proprio per questo che deve rimanere rigorosa.
II. Il problema
Il problema centrale che oggi attraversa una parte significativa della psicologia forense penale non riguarda la mancanza di strumenti e nemmeno l’assenza di competenze specialistiche. Al contrario, invece, riguarda l’uso che di questi strumenti viene fatto all’interno del processo, e il modo in cui il sapere peritale rischia progressivamente di perdere la propria funzione critica per assumere una funzione confermativa.
Sempre più spesso, nelle perizie psicologiche e nelle CTU psicologiche, il percorso valutativo sembra muoversi non dalla domanda aperta al dato, ma da un’ipotesi iniziale verso una raccolta selettiva di elementi che la sostengano.
In altri termini:
la consulenza d'ufficio non esplora ciò che è possibile, ma organizza ciò che è già stato implicitamente deciso. Questo slittamento, sottile ma decisivo, segna il passaggio dalla valutazione alla certificazione.
In questi casi, la perizia non si costruisce come un processo conoscitivo, ma come una sequenza argomentativa orientata. I dati non vengono messi alla prova, ma incastonati in una cornice che li rende funzionali a un’ipotesi dominante. Il risultato è una consulenza che appare coerente, ordinata, persino convincente, tuttavia, ha smesso di interrogare davvero il proprio oggetto.
Un segnale tipico di questa deriva è l’uso degli strumenti psicodiagnostici come etichette piuttosto che come procedure.
Test complessi — come scale di personalità, strumenti proiettivi o metodiche di analisi della testimonianza — vengono spesso citati più che applicati. Nei testi peritali compaiono i nomi degli strumenti, ma non i protocolli; le conclusioni, ma non i passaggi; gli esiti, ma non i criteri che li hanno resi possibili.
Chi svolge attività di consulente tecnico psicologo, sia come CTU sia come CTP, sa che ogni strumento psicologico è tale solo se inserito in una procedura controllabile.
Senza scoring esplicito, senza indicazione delle modalità di somministrazione, senza criteri di interpretazione dichiarati, il test perde la propria natura scientifica e diventa un semplice supporto retorico, non uno strumento di conoscenza, ma un segnale di autorevolezza.
Un altro indice critico di questo funzionamento è il ricorso all’“intuizione clinica” come elemento decisivo.
L’intuizione, nella pratica clinica, può avere un valore orientativo; nel contesto forense, però, non può sostituire il metodo. Quando l’intuizione diventa il fulcro della valutazione, ciò che viene offerto al giudice non è più un sapere controllabile, ma un’opinione qualificata, difficilmente discutibile e, proprio per questo, particolarmente pericolosa.
Il problema non è l’errore, che fa parte di ogni attività conoscitiva. Il problema è la trasformazione dell’errore in verità processuale attraverso un linguaggio tecnico che non espone più i propri limiti.
In questo modo, la CTU psicologica non accompagna il giudice nella gestione dell’incertezza, ma lo solleva dal peso del dubbio, offrendo conclusioni che appaiono necessarie proprio perché non mostrano le alternative scartate.
Quando questo accade, la psicologia forense smette gradualmente di funzionare come sapere critico e assume il ruolo di dispositivo di conferma. Non verifica un’ipotesi, ma la stabilizza; non esplora scenari alternativi, ma li rende invisibili. E in un processo penale, dove la funzione della prova dovrebbe essere quella di resistere al dubbio e non di eliminarlo, questo passaggio rappresenta una delle derive più insidiose.
Questo non è un problema di singoli professionisti e/o di singole perizie psicologiche a Palermo o altrove. È una questione sistemica, che riguarda il modo in cui il sapere peritale viene assorbito dal processo e trasformato in un elemento di chiusura, piuttosto che di apertura conoscitiva.
Da ciò, diventa necessario interrogarsi sul piano più profondo: quello epistemologico.
Perché quando una consulenza non rischia più di essere smentita, non siamo più nel campo della scienza applicata al diritto, ma in quello di una conferma che ha già smesso di pensare.
III. Il nodo epistemologico
Ogni sapere che pretenda di dirsi scientifico condivide una condizione fondamentale: la possibilità di essere smentito. Non esiste conoscenza senza rischio e nemmeno un metodo senza esposizione all’errore. Questo principio, formulato con chiarezza in ambito epistemologico, vale a maggior ragione quando la scienza viene applicata in contesti ad alta responsabilità, come il processo penale.
In psicologia forense, questo nodo assume una rilevanza particolare.
Le perizie psicologiche non lavorano su fatti direttamente osservabili, ma su costrutti complessi: stati mentali, processi di memoria, dinamiche relazionali, significati attribuiti all’esperienza. Proprio per questo, il metodo non può limitarsi a confermare ciò che appare coerente, ma deve attrezzarsi per mettere alla prova ciò che sembra evidente.
È qui che diventa decisiva la distinzione tra approccio verificazionista e approccio falsificazionista.
Un metodo verificazionista cerca conferme: raccoglie dati compatibili con un’ipotesi e li organizza in modo coerente.
Un metodo falsificazionista, invece, fa un passo in più: espone l’ipotesi al rischio di essere contraddetta, esplora scenari alternativi, considera attivamente ciò che potrebbe smentirla.
Nel contesto di una CTU psicologica, questa differenza non è accademica. È sostanziale.
Una perizia che si limita a verificare un’ipotesi iniziale può risultare ordinata, lineare, rassicurante. Ma proprio per questo corre il rischio di trasformarsi in un circuito chiuso, in cui ogni dato viene letto come conferma e ogni elemento dissonante viene marginalizzato o neutralizzato.
La perizia realmente scientifica, invece, è quella che accetta di rischiare. Rischiare di sbagliare significa, in ambito peritale, dichiarare apertamente quali ipotesi alternative sono state considerate, quali dati avrebbero potuto confutare l’ipotesi principale e perché, alla fine del percorso, tali alternative sono state ritenute meno plausibili. Senza questo passaggio, la conclusione non è una conoscenza, ma una scelta.
Quando una consulenza tecnica psicologica non esplicita le ipotesi scartate, non mostra i criteri di esclusione e non rende visibile il percorso logico che conduce alla conclusione, essa perde il proprio statuto epistemico. Non perché sia “sbagliata” nel contenuto, ma perché è diventata impermeabile alla critica.
E una conoscenza impermeabile alla critica non è scienza applicata, ma affermazione di autorità.
In ambito forense, questo slittamento è particolarmente pericoloso.
Il giudice non chiede allo psicologo una verità assoluta, ma un sapere che lo aiuti a governare l’incertezza. Quando la perizia si presenta come non falsificabile, essa non aiuta il giudice a decidere: decide al posto suo, offrendo una conclusione che sembra necessaria proprio perché non mostra più il proprio margine di errore.
Il paradosso è evidente. Più una perizia appare sicura, compatta, priva di fratture interne, più è necessario interrogarsi sul suo metodo. La solidità apparente può essere il segnale non di un lavoro rigoroso, ma di un percorso che ha escluso il dubbio invece di attraversarlo.
In questo senso, il vero indice di scientificità di una perizia psicologica forense non è la forza della conclusione, ma la qualità delle domande che è stata capace di sostenere.
Quando il sapere peritale rinuncia a questa tensione critica, smette di essere uno strumento di conoscenza e diventa un dispositivo di conferma.
Conferma di un’ipotesi già accettata, di una narrazione già dominante, di un esito che il processo è pronto ad assorbire. È in questo passaggio, spesso invisibile, che la psicologia forense rischia di tradire la propria funzione: non perché produce errori, ma perché smette di interrogarsi sulla possibilità di averli prodotti.
IV. Le conseguenze clinico-forensi
Quando la perizia psicologica si struttura come dispositivo di conferma, le conseguenze non sono solo metodologiche o teoriche. Esse incidono direttamente sulla qualità dell’accertamento clinico e, di riflesso, sulla tenuta complessiva del processo penale. È in questo punto che la deriva epistemica produce i suoi effetti più delicati e meno visibili.
Una prima conseguenza riguarda la confusione tra coerenza narrativa e verità.
Nei procedimenti penali che coinvolgono testimonianze complesse, la coerenza del racconto viene spesso assunta come indice privilegiato di attendibilità. Tuttavia, dal punto di vista psicologico, la coerenza non è sinonimo di veridicità. Un racconto può essere coerente perché è stato ripetuto, rielaborato, rinforzato nel tempo, oppure perché risponde a un bisogno interno di senso o a una dinamica relazionale significativa. La perizia che assume la coerenza come prova rischia di trasformare una qualità narrativa in un criterio di verità.
Un secondo effetto critico è la sottovalutazione della suggestionabilità. La psicologia clinica e della testimonianza ha ampiamente mostrato come memoria, convinzioni e ricostruzioni soggettive siano influenzabili dal contesto relazionale, dalle aspettative implicite, dalle domande poste e dalle cornici interpretative offerte.
Quando la consulenza tecnica non esplora in modo attivo questi fattori — o li considera irrilevanti perché non disturbano l’ipotesi iniziale — la valutazione perde una componente essenziale del funzionamento psichico. Il soggetto non viene compreso nella sua complessità, ma ridotto a portatore di un contenuto narrativo.
A questo si aggiunge una semplificazione della complessità psichica.
Nei processi penali complessi, i soggetti coinvolti presentano spesso funzionamenti ambivalenti, contraddittori, non lineari. La psicologia forense, quando è rigorosa, è chiamata a restituire questa complessità, anche a costo di risultare meno rassicurante. Quando invece la perizia cerca stabilità e chiarezza a ogni costo, la complessità viene normalizzata, le ambiguità vengono ricondotte a categorie univoche, e ciò che non si integra nel modello viene marginalizzato.
Un ulteriore passaggio critico riguarda la trasformazione del test in un timbro di legittimazione. Gli strumenti psicodiagnostici, nati per supportare l’osservazione clinica, rischiano in questo contesto di diventare marchi di scientificità. La loro semplice menzione produce un effetto di autorità che non dipende più dalla correttezza dell’applicazione, ma dal prestigio simbolico dello strumento stesso. In questo modo, il test non serve più a interrogare il dato, ma a consolidare una conclusione già raggiunta.
Queste dinamiche producono un effetto cumulativo.
La perizia appare solida perché è coerente; è coerente perché ha escluso l’ambiguità; ha escluso l’ambiguità perché ha ridotto la complessità; e ha ridotto la complessità perché ha smesso di interrogarsi sulla propria ipotesi di partenza.
Il risultato è una valutazione clinico-forense che funziona bene sul piano narrativo, ma che ha perso progressivamente il contatto con la funzione critica del sapere psicologico.
Nel processo penale, questa trasformazione ha un impatto decisivo. La consulenza tecnica psicologica, invece di aiutare il giudice a muoversi dentro l’incertezza, finisce per neutralizzarla. Il dubbio non viene governato, ma espulso. E quando il dubbio scompare non perché è stato superato, ma perché non è stato preso in carico, il rischio non è solo l’errore, ma l’irreversibilità dell’errore.
È in questo spazio che la psicologia forense è chiamata a una scelta di responsabilità: o rimanere un sapere capace di tollerare la complessità e il limite, oppure accettare di diventare uno strumento che semplifica il reale per renderlo processualmente gestibile, anche a costo di perdere la propria funzione scientifica.
V. Il prezzo del dissenso tecnico
In un sistema giudiziario che fa ampio ricorso alla consulenza tecnica psicologica, il dissenso non è mai un fatto neutro. Non perché sia illegittimo, ma perché introduce una frattura là dove il processo tende fisiologicamente alla stabilità. Il dissenso tecnico, soprattutto quando è argomentato e metodologicamente fondato, non mette in discussione solo una conclusione, ma l’intero equilibrio decisionale che su quella conclusione si è progressivamente costruito.
All’interno dei procedimenti penali complessi, il processo non cerca soltanto una verità possibile; cerca una verità utilizzabile.
In questo contesto, l’incertezza non è un valore epistemico, ma un costo. Richiede tempo, espone al rischio, obbliga a motivazioni più articolate. Per questo motivo, il sistema tende a tollerare meglio l’errore che l’indeterminatezza, la soluzione imperfetta che la sospensione del giudizio. È in questo quadro che il dissenso tecnico viene spesso letto non come contributo conoscitivo, ma come perturbazione.
Quando uno psicologo consulente tecnico, sia come CTP sia come CTU, introduce elementi che complicano l’impianto interpretativo — ipotesi alternative, limiti metodologici, ambiguità non risolte — il suo intervento rischia di essere percepito come eccessivo, sproporzionato o addirittura fuori ruolo.
Il linguaggio stesso con cui il dissenso viene descritto è rivelatore.
Non si contesta tanto la validità degli argomenti, quanto il modo in cui vengono esposti; non la correttezza metodologica, quanto il tono; non la sostanza, ma l’atteggiamento.
In questo slittamento, il dissenso smette di essere un fatto epistemico e diventa un tratto personale: qualcosa che viene etichettato, più che discusso.
Non è raro, in questo contesto, che il dissenso tecnico venga ricodificato attraverso categorie valutative di tipo caratteriale. Termini come “arrogante”, “pretenzioso”, “eccessivamente assertivo” compaiono talvolta nel discorso giudiziario non per descrivere un metodo, ma per neutralizzare una posizione critica. L’argomento non viene confutato sul piano epistemico; viene riletto come espressione di un atteggiamento soggettivo. In questo modo, la critica perde statuto conoscitivo e diventa una deviazione comportamentale.
Questo meccanismo non è frutto di cattiva fede, ma di una dinamica sistemica. Il processo penale ha bisogno di punti fermi, di ancoraggi che consentano la decisione. La perizia psicologica, quando appare lineare e conclusiva, offre proprio questo: un supporto che riduce il margine di esposizione del giudice.
Il dissenso, al contrario, riapre ciò che si stava chiudendo, rimette in circolo il dubbio, riattiva la complessità.
Di fronte a questa tensione, il sistema tende a selezionare non tanto le argomentazioni più rigorose, quanto quelle più compatibili con la funzione decisoria. Chi problematizza rischia di essere marginalizzato non perché sbaglia, ma perché rende visibile ciò che il processo fatica a sostenere: il limite della conoscenza applicata, l’impossibilità di una certezza piena, la necessità di decidere nonostante il dubbio.
Il prezzo del dissenso tecnico, dunque, non è solo professionale, ma culturale.
Significa accettare che la funzione critica della psicologia forense non sempre trovi un terreno favorevole, soprattutto quando entra in conflitto con l’esigenza di stabilità.
Significa riconoscere che il sapere peritale, quando resta fedele ai propri criteri scientifici, può risultare scomodo proprio perché non offre soluzioni definitive.
Eppure, è esattamente in questo spazio che la psicologia forense preserva la propria dignità.
Non quando semplifica per essere accettata, ma quando mantiene la capacità di dire ciò che non può essere concluso con certezza. Perché un sapere che rinuncia al dissenso per risultare funzionale smette di essere un sapere critico e si trasforma, lentamente, in una conferma che il sistema ha già deciso di accogliere.
VI. Conclusione
La psicologia forense occupa un luogo delicato all’interno del processo penale: è chiamata a operare là dove il diritto incontra l’incertezza, e dove la decisione non può essere fondata sulla pura opinione o sulla pretesa di una certezza assoluta.
Proprio per questo, il suo valore non risiede nella capacità di confermare un’ipotesi, ma nel coraggio di metterla alla prova.
Quando la consulenza tecnica psicologica rinuncia alla possibilità di essere smentita, smette di essere uno strumento di conoscenza e diventa un dispositivo di stabilizzazione.
Non accompagna più il giudice nel governo del dubbio, ma lo solleva dal peso di attraversarlo. In questo passaggio silenzioso, ciò che si perde non è soltanto il rigore scientifico, ma la funzione stessa del sapere peritale all’interno della giustizia.
La scientificità, in ambito forense, non coincide con la forza delle conclusioni, ma con la trasparenza del percorso che le rende possibili. Una perizia è tanto più affidabile quanto più rende visibili i propri limiti, le ipotesi scartate, le alternative non percorse. Dove tutto appare necessario, compatto e privo di fratture, è proprio lì che il metodo deve essere interrogato.
Difendere una psicologia forense rigorosa non significa pretendere infallibilità, ma accettare la responsabilità del limite. Significa riconoscere che il sapere psicologico, quando entra nel processo penale, deve restare fedele alla propria natura critica, anche a costo di risultare scomodo. Perché un sapere che rinuncia al dubbio per risultare funzionale non rafforza la giustizia: la semplifica.
La psicologia forense non tradisce quando sbaglia. Tradisce quando smette di dubitare.
E ogni volta che una perizia non può più essere falsificata, non stiamo entrando nel territorio della verità, ma in quello della conferma.
Daniele Russo
Psicologo Clinico e Forense, Palermo.




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