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Hugo Münsterberg: quando la psicologia entrò in tribunale senza promettere certezze


Quando oggi si parla di psicologia forense, spesso si dà per scontato che la consulenza psicologica debba fornire risposte chiare, conclusioni nette, valutazioni “spendibili” nel processo. Eppure, alle origini di questo incontro tra psicologia e diritto, troviamo una posizione molto più prudente, complessa e, per certi versi, più onesta.


Questa posizione ha un nome preciso: Hugo Münsterberg.


Psicologo sperimentale, allievo di Wilhelm Wundt e professore ad Harvard, Münsterberg è stato tra i primi a interrogarsi seriamente sul ruolo che la psicologia poteva — e poteva non — svolgere all’interno del processo penale. Il suo contributo non consiste tanto nell’aver “inventato” la psicologia forense, quanto nell’averne chiarito fin dall’inizio i limiti.


Psicologia e tribunale: una relazione problematica fin dall’origine


Nel suo libro più noto, On the Witness Stand (1908), Münsterberg analizza temi che ancora oggi costituiscono il cuore della psicologia forense: l’attendibilità della testimonianza, il funzionamento della memoria, l’influenza delle emozioni, il ruolo delle aspettative e delle suggestioni nel racconto dei fatti.

Ma ciò che distingue Münsterberg da molte letture successive è l’assenza di trionfalismo. Non propone la psicologia come uno strumento capace di “dire la verità” al posto del giudice, né come una scienza in grado di smascherare con certezza la menzogna o di certificare l’autenticità di un ricordo.

Al contrario, mette in guardia da una tentazione sempre ricorrente: confondere la competenza tecnica con la certezza.


La memoria non registra, ricostruisce


Uno dei punti più radicali del pensiero di Münsterberg riguarda la memoria. Per lui, la memoria umana non funziona come un archivio fedele, ma come un processo dinamico e ricostruttivo. Ogni ricordo è influenzato dal contesto, dal tempo, dalle emozioni e dalle domande che gli vengono poste.

Questo significa che la testimonianza non è mai una semplice “fotografia dei fatti”, ma una narrazione costruita. Non per questo falsa, ma intrinsecamente fallibile. La psicologia, secondo Münsterberg, non può eliminare questa fallibilità; può solo renderla visibile.

In questa prospettiva, il compito dello psicologo in tribunale non è quello di stabilire se un racconto sia vero o falso in senso assoluto, ma di mostrare le condizioni psicologiche in cui quel racconto prende forma.


La fallibilità come valore scientifico


Ciò che rende Münsterberg sorprendentemente attuale è proprio questo punto: la sua difesa della fallibilità come valore, non come limite da occultare. Per lui, una psicologia che entra nel processo penale promettendo certezze tradisce la propria natura scientifica.

La conoscenza psicologica, soprattutto quando applicata a contesti giudiziari, deve restare probabilistica, ipotetica, aperta alla revisione. Ogni conclusione dovrebbe essere accompagnata dalla consapevolezza delle alternative possibili e degli errori potenziali.

In altre parole, la psicologia non dovrebbe chiudere il dubbio, ma qualificarlo.


Un’eredità spesso dimenticata


Con il passare del tempo, la psicologia forense ha assunto un ruolo sempre più centrale nei tribunali. In molti casi, questo ha prodotto un contributo prezioso. In altri, però, ha favorito una deriva: quella di una psicologia chiamata non a problematizzare, ma a stabilizzare; non a interrogare, ma a confermare.

Rileggere Münsterberg oggi non significa tornare a strumenti di un’altra epoca, ma recuperare una postura intellettuale precisa: quella di uno psicologo che entra nel processo consapevole del proprio potere interpretativo e, proprio per questo, attento a non trasformarlo in un’autorità indiscutibile.


Perché Münsterberg conta ancora


In un’epoca in cui la perizia psicologica rischia talvolta di essere percepita come una forma di certificazione piuttosto che di analisi, il pensiero di Münsterberg rappresenta un utile punto di orientamento. La psicologia forense non perde forza quando riconosce i propri limiti; la perde quando li nasconde dietro un linguaggio tecnico che promette più di quanto possa mantenere.

Forse, più che cercare nuovi strumenti sempre più sofisticati, la psicologia forense dovrebbe tornare a una domanda antica, ma ancora decisiva: che cosa possiamo davvero sapere, quando giudichiamo la mente umana in un’aula di tribunale?


Münsterberg non offrì una risposta rassicurante.

Ma offrì una risposta responsabile.

 
 
 

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dott. Daniele Russo

Psicologo Clinico & Forense

Consulente Tecnico

 

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